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L’emittente televisiva statunitense CNN  li definisce:

 “Giovani, urbani, e acculturati, ecco gli afropolitans: la nuova generazione di africani e persone con discendenza africana e una prospettiva molto globale

Ma chi sono realmente? Ne faccio parte anch’io? E’ una semplice etichetta che serve ad identificare la diaspora africana nel mondo oppure è un movimento che può essere accostato a quello che viene definito pan-africanismo?

Nella websfera il tema si fa caldo e sono gli “afropolitan” stessi a voler dare una definizione ben precisa di questa terminologia, ed ogniuno mette in evidenza il proprio punto di vista.

Nella maggior parte dei casi si fa spesso riferimento alle proprie esperienze. Esperienze che vengono raccontate attraverso la letteratura, l’arte e la musica, ma il punto è che negli ultimi anni abbiamo assistito, probabilmente senza nemmeno rendecene conto, a diverse rivoluzioni che hanno influenzato il nostro modo di vivere e di comunicare, ed è proprio questa voglia di comunicare che ci ha portato a condividere le stesse storie, difficoltà e sopratutto crisi d’identità, ma anche storie di successo e voglia di riscatto.
Storie simili alla mia, dove il filoconduttore è sempre lo stesso: nati e/o cresciuti in occidente da genitori emigranti che sono partiti dall’Africa, ogniuno dal proprio paese d’ origine, in cerca d’istruzione o di un lavoro.È da questa generazione che siamo nati noi giovani donne e uomini di seconda generazione.
Siamo stati allevati in una società diversa rispetto a quelli dei nostri parenti, abbiamo frequentato scuole occidentali, coltivato amicizie e condiviso le stesse esperienze dei nostri coetani occidentali, i nostri stessi genitori si sono a poco a poco integrati e hanno  assorbito la cultura occidentale, e nel crescerci ci hanno trasmesso un ibrido modello di educazione, un mix tra quello che proviene dalla cultura africana adattata al nuovo contesto in cui vivono; e noi siamo il risultato di questo mix, una nuova generazione che ha subito una vera e propria crisi d’indentità, una crisi che colpisce il senso più profondo della persona.
Se torni in Africa, al tuo paese di origine sei straniero perchè i tuoi ti considerano tale, si vede è evidente, a volte te lo fanno notare con una punta d’amarezza e ciò ti fa soffrire…nel paese che ti ha adottato sei straniero perchè la tua pelle ha un colore diverso, è questo ti fa soffrire…allora ti domandi qual’è la mia casa? A chi appartengo? Come devo considerarmi rispetto agli altri? Chi sono?
Solo chi ha avuto la tua stessa esperienza ti può capire e ti può comprendere….
Se queste sono le domande che ti sei posto nella tua intera esistenza allora sei un “Afropolitan”

Se sei nato e cresciuto in un paese completamente diverso rispetto a quello dei tuoi genitori africani allora si sei un “Afropolitan”.

Meet the Afropolitans

Siamo la nuova generazione di africani, che nella propria carta d’identità, nella parte in cui c’è scritto cittadinanza, dovrebbe esserci quella del paese  in cui sei nato o vissuto nella maggior parte della tua esistenza, ma psicologicamente facciamo parte di quel gruppo d’individui che si sentono divisi tra due mondi completamente diversi ma che allo stesso tempo hanno trovato il modo di convivere con la loro eredità africana in età contemporanea e la società di cui fanno parte.

Il termine “afropolitan” viene riportato per la prima volta dalla scrittrice Taiye Selasi nel 2005 in un articolo intitolato “Bye Bye Barbar”, divenuto poi una sorta di manifesto per gli africani cosmopoliti che in quel testo si sono ritrovati.

Taiye Selasi
Taiye Selasi è una scrittrice trentaciquenne nata a Londra ma è cresciuta in Massachusetts, da padre ghanese e madre nigeriana, autrice  di un libro magnifico,”Ghana must go”(per l’edizione italiana il libro lo troviamo con un  titolo diverso “La bellezza delle cose fragili” – Einaudi).
Selasi scrive di africani multilingue con varie mescolanze etniche che vivono in tutto il mondo – come dice lei, “non cittadini, ma gli africani del mondo.”
Il suo volto è noto in Italia, oltre ad essere una brillante scrittirice dall’animo sensibile, è stata uno dei giudici  del talent show letterario italiano “Masterpiece”, per conoscerla meglio v’invito alla visione di questo video in cui è stata ospite di su Rai 3, nella puntata di Pane Quotidiano  (Il video dell’intervista)

A partire da lei ora il termine “afropolitan” si è diffuso, e non viene utilizzato solo dagli hipsters di New York o quelli che vivono nelle capitali europee alla moda ma viene utilizzato anche nelle città multiculturali dell’Africa.

Ma non tutti sono d’accordo, alcuni puristi della cultura africana disprezzano il termine, altri come Emma Dabiri che con l’articolo “Way I’m not an Afropolitan” pubblicato sulla rivista online “Africa is a country” ci fa notare che se digitiamo la parola -afropolitan- escono quasi esclusivamente siti di shopping online o riviste di moda lussuose , per lei afropolitismo è troppo patinato, è troppo stile corporate, un fenomeno che produce solo opere che non sono altro che versioni africane di quelle americane ed europee…ma infin dei conti “l’afropolismo è,  per natura, connesso alla vita urbana e alle differenze di classi, e questo è il fattore più critico e destabilizzante per gli africani” dichiara Minna Salami, autrice del blog “Ms Afropolitan”.

La mia opinione a riguardo? Molto vicino al pensiero di Minna Salami, che descrive nel suo blog questo termine non solo come un’identità ma sopratutto come unacondizione psicologica , uno spazio concettuale in cui la nuova generazione di africani si pongono interrogativi e generano risposte attraverso gli strumenti e le sfumature della globalizzazione, uno spazio in cui ci si occupa di cambiamento sociale, culturale, e politico, un movimento simile o sinergico al “pan- africanismo”, formato in gran parte da persone che hanno le condizioni e il tempo per idealizzare, meditare (le persone che stanno lottando per il cibo, o in fuga da guerre, o alle prese con altre strutture invalidanti, purtroppo raramente hanno il lusso di discutere l’ideologia, il femminismo, il marxismo, il socialismo ecc) e discutere sulle diverse e possibili soluzioni verso l’eliminazione della povertà attraverso nuovi modelli e sistemi, attraverso la mente razionale (diffusione, discussione, interpretazione); lo spirito subconscio (arte, la cultura, la mitologia, la moda, poesia, estetica); e l’animus – motivazione all’azione.

Quindi alla fine posso affermare che psicologicamente mi sento afropolitan, ma nello specifico qualcuno ama definirmi un’afroitaliana o italiana nera, ma questa rappresenta un altro dibattito, un’altra storia e sicuramente un’altro post, ma personalmente amo essere semplicemente Anita dalla “Pelle baciata dal sole”tutto l’anno…ma molto baciata dal sole!!!Lol!!

Un bacio a tutti e al prox post!!!
Stay  tuned!
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CREDITI/ CONTRIBUTI
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Scritto da: Anita Onakpovhie -Founder/CEO Women for the future

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Fotografie di: Mari Donadio- style e home editor

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